Molti specialisti provenienti da tutta Italia, chiamati a Roma a metà marzo per confrontarsi sulla ridefinizione delle priorità cliniche e organizzative in ambito epatologico sull’epatite Delta (Epatite D), hanno rappresentato i temi cruciali che ci aspettano nel prossimo futuro. Si è parlato infatti delle urgenze ematologiche, delle malattie croniche del fegato, delle neoplasie, del trapianto, dell’innovazione terapeutica e dei nuovi modelli di presa in carico dei pazienti, con l’obiettivo di migliorare l’efficacia dei percorsi di cura e la gestione delle patologie.
Nonostante gli sforzi del personale sanitario, rimane ancora di estrema importanza il tema della relazione medico-paziente quando si parla di Epatite D: in particolare, risulta ancora oggi fondamentale sia la gestione dei pazienti con questo tipo di malattia non ancora trattati, sia quelli in trattamento. Il rapporto è sostanziale in tema di prevenzione ovvero per far comprendere a quanta più gente, innanzitutto, la gravità della malattia se non trattata e la necessità di iniziare precocemente la terapia antivirale, prima dello sviluppo della cirrosi, così da prevenire la cirrosi stessa, lo scompenso e, soprattutto, una complicanza molto temibile come l’epatocarcinoma.
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riguardo alla carcinogenicità del virus Hdv e sulla relazione tra la rilevabilità dell’epatite D e gli outcome clinici, come cirrosi ed epatocarcinoma (Hcc) ha annunciato che lo scorso anno, nel 2025, l’Airc ha inserito il virus nel Gruppo 1 dei carcinogeni più importanti, insieme all’epatite C, all’epatite B, al fumo e ad altri agenti cancerogeni. Si tratta di un passaggio estremamente importante, anche se non nuovo per i medici che si occupano di questa patologia, poiché sono ben noti gli elevati tassi di tumore primitivo del fegato in questi pazienti. Tuttavia, l’inclusione del virus D in questa categoria ad alto rischio stimola una serie di attività, a livello nazionale e internazionale, per approfondire ulteriormente, da un lato, lo screening e la diagnosi e, dall’altro, il trattamento di questi pazienti con i nuovi antivirali.
Studi recenti hanno dimostrato infatti che, se i pazienti vengono trattati precocemente con i nuovi antivirali, è possibile ridurre in maniera significativa il rischio di scompenso epatico a tre anni, anche nei pazienti cirrotici. Si tratta di un messaggio molto forte a favore dell’avvio del trattamento in tutti i pazienti con infezione cronica da virus D, indipendentemente dal grado di fibrosi. Anche per questi motivi è fondamentale la consapevolezza e lo screening per questo tipo di infezione in quanto rappresenta un virus satellite, ovvero che ha bisogno della presenza del virus dell’epatite B per entrare all’interno delle cellule. E questo raffigura una barriera ancora maggiore, perché il paziente con infezione da epatite B non è consapevole della presenza del virus dell’epatite D. È quindi fondamentale fare regolarmente degli screening e dei controlli tempestivi, perché tale virus può determinare un’accelerazione verso la progressione e lo scompenso.


